Ravenna e Venezia: trafugamenti e spoliazioni

“Nella dominazione della Repubblica di Venezia ci furono naturalmente anche aspetti contrastanti: neppure i veneziani furono immuni dalla tentazione di spogliare le antiche chiese, e lo fecero, agevolati dalla confusione creata dal contrasto tra l’autorità politica locale, ormai decisa a porre un veto definitivo, ed il clero locale, sempre disposto a vendere i suoi beni.

La chiesa di S. Severo (VI secolo) sita nei pressi e sotto la giurisdizione di S. Apollinare in Classe, già abbandonata e deteriorata, era stata giudicata pericolante. In consiglio comunale, se ne decise pertanto la demolizione. I marmi, gli arredi, le colonne e tutti gli oggetti di pregio sarebbero andati a decorare la nuova chiesa di S. Severo, da costruirsi nello stesso sito. Ma a questo punto intervennero i veneziani: per il timore - almeno questo fu il pretesto - che i monaci di Classe vendessero gli arredi di S. Severo, decisero di trasferirne “cautelativamente” una buona parte a Venezia. Furono imbarcate e trasportate molte colonne; altri frammenti di colonne e capitelli stavano per essere caricati in mare, quando il Senato ravennate si ribellò e chiese che il governo veneziano arginasse il vistoso fenomeno dei beni ecclesiastici e si riportassero in città i beni trafugati. In alternativa, nell’eventualità, probabile, che quegli oggetti non venissero resi, si chiese un risarcimento in denaro.

Tutto ciò accadde nel novembre 1465. Nei due anni successivi la chiesa di S. Severo fu ricostruita ma rimase spoglia degli antichi marmi e delle colonne, che erano stati venduti o rubati. Nel 1467 però il potestà veneto impartì una nuova norma per soddisfare le richieste ravennati e per impedire il mercato dei beni mobili da parte delle chiese. Non si sa in che misura questa norma sia stata onorata; perché venne ribadita nel 1469 e, con l’intervento diretto del doge, nel 1474, quando il clero della cattedrale aveva già ottenuto dal papa il permesso di vendere, per acquistare beni immobili, una grande tavola d’argento.”

 

[Fonte: C. Giovannini, Ravenna e Venezia in P.P. D’Attorre, a c. di, Storia illustrata di Ravenna, Vol. II, a c. di C. Giovannini, D. Bolognesi, Dal medioevo all’età Moderna, Milano, Nuova Editoriale Aiep, 1989, pp. 49-64.]